Mario Panzini ci ha fatto pervenire una nota di commento e critica relativa ad un particolare aspetto del Festival del dialetto recentemente svoltosi a Varano. Pubblichiamo la nota, che ovviamente rispecchia le opinioni personali di Mario Panzini, e di seguito gli interventi che ne sono seguiti. Nutriamo la speranza che si possa aprire un dibattito su un tema che non può non stare a cuore ad ogni anconitano che ama la cultura della propria città.


 

Guerra aperta

al Vernacolo Anconitano
 
Al 33° Festival del Dialetto di Varano il Sig. Giampiero Piantadosi - perseverando nello snaturare, nel tradurre in Vernacolo Anconitano e nel far rappresentare in teatro i lavori dell’ingegno altrui (prima infarcendo "La bottega del caffè" di Carlo Goldoni di orribile pseudo-Vernacolo, poi tagliando e mutando a suo piacimento addirittura "L’Imbriago" di Palermo Giangiacomi con indebite aggiunte lessicali e sceniche) - in data 23 agosto u.s. ha fatto rappresentare la commedia "Pignasecca e Pignaverde", da lui tradotta ed adattata in pessimo Vernacolo Anconitano dal testo in Dialetto Genovese di Gilberto Govi, a sua volta adattatore della commedia omonima in Dialetto Genovese di Emerico Valentinetti.
Dunque, un’ulteriore operazione pseudo-letteraria e pseudo-teatrale del tutto ingiustificabile sotto l’aspetto culturale, perché il Sig. Piantadosi si ostina a trascinare in palcoscenico Tipi, Personaggi, Linguaggio e Folk-lore che nulla hanno a che vedere con i nostri, incapace di scrivere qualcosa di suo per un genuino Teatro Vernacolare Anconitano (e purtroppo non è il solo).
Ma a ben vedere il Sig. Piantadosi non è il solo mistificatore del nostro Idioma, perché a consentirglielo è proprio chi dovrebbe negargli il palcoscenico, vale a dire il Comitato Organizzatore Manifestazioni Varanesi ed il suo presidente, ed in particolare la direttrice artistica Orietta De Grandis, i quali - al di là dei loro assunti programmatici, al di là di inopportuni sbandieramenti di successo (Chi se lòda, se sbròda…) fondati solo e soltanto sulla massiccia presenza di Pubblico a teatro, senza conoscere (o facendo finta di non conoscere) le severe critiche degli Spettatori al massacro del nostro Idioma - di fatto e sostanzialmente non lo tutelano ed anzi concorrono alla sua sparizione.
La riprova? A Varano metteranno in scena (per la seconda volta) "Le gabole de la sora ‘Dalgisa", la commedia in Dialetto Genovese "I manezzi pe’ maià’ na figgia" (I maneggi per maritare una figlia), adattata e rivista da Gilberto Govi dalla commedia di Niccolò Bacigalupo, riadattata in Vernacolo Anconitano. Da chi? Ma dal Sig. Piantadosi.
 
25/08/2007

Mario Panzini

 

 


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Interventi sull'argomento

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Giampiero Piantadosi - 30/11/2007

Ho molto apprezzato l'intervento di Piero Romagnoli, che ringrazio per la correttezza e per il sincero ed evidente intento di dare un contributo costruttivo alla questione che mio malgrado mi vede contrapposto a Mario Panzini.
Premetto che avrei fatto volentieri a meno di questa interminabile polemica, ma mi corre l'obbligo di difendermi dagli ennesimi attacchi personali, offensivi e pesanti, fatti con toni e con accenti la cui virulenza credo non sia sfuggita a nessuno.
Ho sempre rispettato Panzini per il suo prezioso ruolo di studioso, di ricercatore, di storico, di appassionato cultore del vernacolo.
Ma io sono un attore di teatro e il regista di una compagnia teatrale, il cui compito è quello di creare dei buoni spettacoli.
Credendo di muovermi una critica l'amico Panzini mi accusa di mettere in scena le opere dell'ingegno altrui.
È vero, e non ho mai cercato, come fanno altri in malafede, di spacciare per mio quello che mio non è.
Ma mettere in scena le opere dell'ingegno altrui è esattamente il compito del regista, di ogni regista.
De Sica non ha girato forse dei film scritti da Cesare Zavattini?
La "Vita è bella" di Benigni non è stata forse scritta da Vincenzo Cerami?
Potrei fare centinaia di altri esempi, ma solo per rafforzare il concetto che scrivere dei buoni testi teatrali è cosa diversa dal recitarli o metterli in scena.
Il mondo di Panzini è fatto di scaffali pieni di libri, biblioteche polverose, archivi silenziosi, spesso muti testimoni di un passato glorioso, ma oramai lontano.
Lì è perfettamente a suo agio e si muove sapendo e conoscendo le cose.
Perché si ostina a mettere il naso in un mestiere che non gli appartiene?
Perché non prende atto che per un attore o un regista, invece, il palcoscenico è vivo, affollato, rumoroso, palpitante e sempre nuovo e diverso ogni sera?
In scena vengono rappresentate emozioni autentiche, che si manifestano con forza nel momento stesso in cui prendono forma sulle tavole del palco.
Questa è la magia del teatro, che con il vernacolo ha in comune, a volte, solo la forma verbale con cui gli attori recitano, ma non certo la sostanza di quello che rappresentano.
Perchè la sostanza sono le emozioni, i sentimenti, l'anima.
Romagnoli scrive che il pensiero è una roba universale.
Io vado oltre, affermando che non solo il pensiero, ma i sentimenti e le emozioni sono universali.
E a teatro, come nella vita, le emozioni e i sentimenti non vengono manifestati solo con le parole, ma anche con i gesti, con gli sguardi, con i silenzi, insomma con un linguaggio che riguarda ogni creatura umana, a qualunque latitudine e in qualunque città viva,
Un uomo che piange prova lo stesso dolore, sia a Rotterdam che ad Ancona o Bogotà, e chi assiste al suo pianto prova la stessa compassione sia che sia veneto, genovese o marchigiano.
E allora, per favore, facciamola finita una volta per tutte di rappresentare sempre il solito stereotipo dell'anconetano becero e greve, come se solo i portuloti o le lavandare o gli ubriaconi sbracati ed ignoranti fossero degni di essere protagonisti di commedie in vernacolo.
Sono loro i tipi che Panzini rimpiange come autentici?
Basta con il grottesco, con le cagnare sempre uguali, con tutto quello che pretende di elevare a virtù cittadina la parte peggiore e più volgare, facendone addiritura un vanto.
Questo non è teatro, è spazzatura, e fintanto che la produzione letteraria nostrana si ostinerà a proporre questi temi, la nostra ricerca di altri autori più interessati all'aspetto umano che non alla sterile applicazione di vecchi e superati stereotipi continuerà, con buona pace dell'Avvocato Panzini e di quanti la pensano come lui.
E per la gioia delle tante, tantissime persone che ci seguono da anni con affetto e simpatia.


Mario Panzini - 30/11/2007

Ho letto attentamente la nota del sig. Piantadosi in replica al mio articolo sui di lui lavori presentati al Festival di Varano (nonché la nota di Piero Romagnoli).

In sintesi, ho condannato e condanno il di lui continuo plagio letterario ma, in principalità, il totale travisamento di che cosa sia il Teatro Dialettale.

Il Teatro in Dialetto ed in Vernacolo esige che sulla scena sia realizzato un testo in cui vivano o rivivano I TIPI CHE SONO PECULIARI di una etnia specifica, che si rispecchia nel suo Idioma non in Idiomi ESTRANEI.

Noi Anconitani siamo di TIPOLOGIA umana totalmente diversa da quelle Veneziana e Genovese, e portare queste sul palcoscenico significa violentare la nostra Cultura Popolare.

Il sig. Piantadosi giustifica invece il suo scorretto modo di fare Teatro Vernacolo, assumendo che, per farlo, ha importanza "L'IMPIANTO SCENICO"!!! (ma non giustifica affatto le sue orribili traduzioni in Vernacolo Anconitano dal Genovese e dal Veneziano e lo snaturamento dei testi, che lui chiama disinvoltamente "adattamento"...) ed assumendo che il pubblico anconitano (con la I non con la E) "... continua a seguirci con attenzione e con affetto...", come se ciò si verifichi per la sua capacità e bravura, e non per gli eccellenti testi e macchiette genovesi e veneziane, perché il pubblico vuole divertirsi e non si interessa più di tanto alla sua radice etnica.

Conclusione: il sig. Piantadosi non ha capito niente di Teatro Dialettale e l'amico Piero è andato fuori tema.

Cordiali saluti, Mario Panzini.


Piero Romagnoli - 26/11/2007

Io penzo che ciàne ragiò tuti dò, sia l'Aucato Panzì che Piantadosi. Dice, e cus'è? è arturnata la Demucrazia Crestiana che dava 'n colpo de qua e uno de là per fà stà boni a tuti? Nooo, la Diccì nun c'entra gnente....è che davero ciàne ragiò tuti dò....e nun zzolo: ancora si ciàne ragiò nun se meteràne mai d'acordo!
Adè ve spiego perché digo cuscì. L'Aucato Panzì e Piantadosi partene da dò idee del vernaculo che è una el cuntrario de qul'altra. E quantu te parti da dò cuncèti cuntrari, pòi fà tuti i ragiunamenti che te pare, ma è sciguro che ariverai a na cunclusiò che è una el cuntrario de qul'altra.
L'Aucato Panzì parte dal cuncèto antigo del dialèto. Lù è 'n prufessiunista del vernaculo, e penzza che 'l Vernaculo ancunetà è na roba solo dej Ancunetani. E alora, el teatro vernaculare o el scrive qualcunu d'Ancona o tanto vale a nun fà gnente. Piantadosi invece parte dal'idea che a sto mondo tuti penzza: j Ancunetani cume i Genuvesi cume queli de Venezia (i Milanesi me pare che penzza npo' d meno....ma questo è n'antro discorzzo....). La diferenza la fa solo la parola e 'l modo da méte in fila i penzieri, ma el penziero è na roba univerzale. E alora se pòle benissimo pijà in prèsto na cumedia scrìta da 'n genuvese, perchè qule robe le avria pudute penzzà ancora n'ancunetà....solo che le ha penzzate ma nun l'ha scrìte....ma prò le stesse robe se pòle penissimo dì ntél vernaculo nostro e magari ce scapa fòri ancora na roba divertente.
Io perzunalmente digo che 'l ragiunamento che fa l'Aucato Panzì nun fa na piega. Lù dice: ogni cità cià el modo de discòre suu e ancora el modo de penzzà suu, e alora nun è pussibile che unu d'Ancona penzza uguale a unu de Genuva. E ogni roba che se fa per mischià, viè fori na purcheria.
C'è dò robe da dì, ma prò: inanzituto che infrà tuta la gente d'Itaglia, queli de Genuva me pare queli che ragiona più al'ancunetana de tuti...e segondo, che forzze cent'ani fa pudeva esse propio cume dice Panzì: che la gente stava sempre int'un posto e nun se mischiava mai, e nun c'era la televisiò.
Adè è diverzzo: la gente va in giro, sta fòri j ani (tipo me...) e po' quantu cià i capéli bianchi artorna ndò è nata, tuti i giorni varda la televisiò che jé fà scuprì mondi diverzzi e jé spiega che 'l mondo nun è la cità tua e basta.
Vardé npo' al caso mio: io scrivo in vernaculo le recenziò d'i filme, che è na roba che in genere se lège in itaglià....j articuli de palò, e ancora queli ai tempi de Duiglio Scandali miga c'erene...la storia d'Ancona, che la storia, per carità de Dio, duveva sempre da esse in itaglià da prufessori....
Inzzoma, ancora io, ala fine fago cume Piantadosi, ciuè meto in vernaculo robe che miga è nate in vernaculo. E io oltretuto nun campo più in Ancona da 25 ani! Segondo me, el vernaculo nun è 'n modo de penzzà, ma solo 'n modo de tirà fòri i penzieri. El penziero è univerzale, la parola è regiunale.
Sèmo andati sul dificile, eh? L'Aucato Panzzì e Piantadosi cumunque nun se meteràne d'acordo mai, questo è sciguro. A tuti e dò jé posso dà 'n cunzijo?
E pijé sta cagnara npo' meno sul zzerio, o ciamboti! Cun dò risate nun se pudria risolve tuto?!?


Roberto M. - 04/10/2007

Sono un giovane anconetano con alcuni trascorsi di attore di commedie in vernacolo. Mi trovo in pieno accordo con quanto sostiene Panzini, la cui autorevolezza in materia di vernacolo anconetano non può certo essere messa in discussione.
Il rispetto della tradizione del vernacolo e della città, la conservazione e la trasmissione delle sue tradizioni ed il lavoro di ricerca che ne consegue sono gli elementi fondamentali da cui nessun teatrante locale dovrebbe prescindere, neanche il più umile. Si tratta tuttavia di un lavoro che richiede impegno e fatica, dunque si fa sempre più diffusa l'abitudine di chi, come gli organizzatori dello stesso festival di Varano o come il nostro sig. Piantadosi, tende a percorrere strade molto più corte e comode (ma anche molto più scadenti sul piano dei risultati) facendo un'operazione di copia - incolla e poi traducendo alla meglio in anconetano, e con l'unico intento di riempire di persone le manifestazioni senza assolvere minimamente a quel ruolo di educazione e di crescita culturale dei cittadini che il teatro ha sempre avuto in sè storicamente.


Andrea Panzini Emersberger - 17/09/2007

Condivido e sottoscrivo quanto ha scritto mio padre.

E' una vergogna accettare lo scempio che fanno del nostro Vernacolo, delle nostre radici.

Grazie.


Il Messaggero - 31/08/2007

LA POLEMICA - "Non bastano quattro battute per fare teatro"

"In teatro servono ritmo, azione, colpi di scena, trame avvincenti. Se tutto l'ha ideato un genovese e non un anconetano, cosa cambia?".  Giampiero Piantadosi, "regista del teatro del sorriso", replica così alle accuse sulla programmazione del Festival di Varano.

"Ci risiamo - esordisce Piantadosi - Ogni tanto qualcuno rispolvera la vecchia, sterile polemica sul vernacolo oltraggiato. Questa volta l'ultimo templare dell'ortodossia è Mario Panzini che trova il tempo di dirsi inorridito per le due commedie messe in scena a Varano dal sottoscritto ("Pignasecca, Pignaverde" e "Le gabole de la sora Dalgisa") in quanto la trama è stata tratta da due commedie del repertorio genovese di Gilberto Govi.

A me sembra che in questa discussione ancora una volta il grande assente sia il teatro, che può prendere in prestito, se occorre, il linguaggio del vernacolo, ma che necessita di testi pensati e concepiti appositamente per la messa in scena.

Non basta scrivere le solite scontate quattro battutacce in vernacolo per credersi autori di teatro. Servono ritmo, azione, colpi di scena, trame avvincenti. Insomma, delle macchine teatrali che funzionino e che facciano da robusta impalcatura per costruire uno spettacolo di successo.

"Che questo impianto scenico sia stato ideato da un genovese piuttosto che da un anconetano cosa cambia? Mica sono state rappresentate danze mahori  o riti wodoo", aggiunge Piantadosi. "Il teatro anconetano - conclude - non può e non deve languire solo perché nessuno degli pseudo autori in circolazione è in grado di scrivere qualcosa di valido per la scena. Ma questo il pubblico anconetano, che continua a seguirci con attenzione ed affetto, lo sa benissimo".