Giampiero Piantadosi -
30/11/2007
Ho molto apprezzato
l'intervento di Piero Romagnoli, che ringrazio per la correttezza e per
il sincero ed evidente intento di dare un contributo costruttivo alla
questione che mio malgrado mi vede contrapposto a Mario Panzini.
Premetto che avrei fatto volentieri a meno di questa interminabile
polemica, ma mi corre l'obbligo di difendermi dagli ennesimi attacchi
personali, offensivi e pesanti, fatti con toni e con accenti la cui
virulenza credo non sia sfuggita a nessuno.
Ho sempre rispettato Panzini per il suo prezioso ruolo di studioso, di
ricercatore, di storico, di appassionato cultore del vernacolo.
Ma io sono un attore di teatro e il regista di una compagnia teatrale,
il cui compito è quello di creare dei buoni spettacoli.
Credendo di muovermi una critica l'amico Panzini mi accusa di mettere in
scena le opere dell'ingegno altrui.
È vero, e non ho mai cercato, come fanno altri in malafede, di spacciare
per mio quello che mio non è.
Ma mettere in scena le opere dell'ingegno altrui è esattamente il
compito del regista, di ogni regista.
De Sica non ha girato forse dei film scritti da Cesare Zavattini?
La "Vita è bella" di Benigni non è stata forse scritta da Vincenzo
Cerami?
Potrei fare centinaia di altri esempi, ma solo per rafforzare il
concetto che scrivere dei buoni testi teatrali è cosa diversa dal
recitarli o metterli in scena.
Il mondo di Panzini è fatto di scaffali pieni di libri, biblioteche
polverose, archivi silenziosi, spesso muti testimoni di un passato
glorioso, ma oramai lontano.
Lì è perfettamente a suo agio e si muove sapendo e conoscendo le cose.
Perché si ostina a mettere il naso in un mestiere che non gli
appartiene?
Perché non prende atto che per un attore o un regista, invece, il
palcoscenico è vivo, affollato, rumoroso, palpitante e sempre nuovo e
diverso ogni sera?
In scena vengono rappresentate emozioni autentiche, che si manifestano
con forza nel momento stesso in cui prendono forma sulle tavole del
palco.
Questa è la magia del teatro, che con il vernacolo ha in comune, a
volte, solo la forma verbale con cui gli attori recitano, ma non certo
la sostanza di quello che rappresentano.
Perchè la sostanza sono le emozioni, i sentimenti, l'anima.
Romagnoli scrive che il pensiero è una roba universale.
Io vado oltre, affermando che non solo il pensiero, ma i sentimenti e le
emozioni sono universali.
E a teatro, come nella vita, le emozioni e i sentimenti non vengono
manifestati solo con le parole, ma anche con i gesti, con gli sguardi,
con i silenzi, insomma con un linguaggio che riguarda ogni creatura
umana, a qualunque latitudine e in qualunque città viva,
Un uomo che piange prova lo stesso dolore, sia a Rotterdam che ad Ancona
o Bogotà, e chi assiste al suo pianto prova la stessa compassione sia
che sia veneto, genovese o marchigiano.
E allora, per favore, facciamola finita una volta per tutte di
rappresentare sempre il solito stereotipo dell'anconetano becero e
greve, come se solo i portuloti o le lavandare o gli ubriaconi sbracati
ed ignoranti fossero degni di essere protagonisti di commedie in
vernacolo.
Sono loro i tipi che Panzini rimpiange come autentici?
Basta con il grottesco, con le cagnare sempre uguali, con tutto quello
che pretende di elevare a virtù cittadina la parte peggiore e più
volgare, facendone addiritura un vanto.
Questo non è teatro, è spazzatura, e fintanto che la produzione
letteraria nostrana si ostinerà a proporre questi temi, la nostra
ricerca di altri autori più interessati all'aspetto umano che non alla
sterile applicazione di vecchi e superati stereotipi continuerà, con
buona pace dell'Avvocato Panzini e di quanti la pensano come lui.
E per la gioia delle tante, tantissime persone che ci seguono da anni
con affetto e simpatia.
Mario Panzini -
30/11/2007
Ho letto attentamente la
nota del sig. Piantadosi in replica al mio articolo sui di lui lavori
presentati al Festival di Varano (nonché la nota di Piero Romagnoli).
In sintesi, ho
condannato e condanno il di lui continuo plagio letterario ma, in
principalità, il totale travisamento di che cosa sia il Teatro
Dialettale.
Il Teatro in Dialetto ed
in Vernacolo esige che sulla scena sia realizzato un testo in cui
vivano o rivivano I TIPI CHE SONO PECULIARI di una etnia specifica,
che si rispecchia nel suo Idioma non in Idiomi ESTRANEI.
Noi Anconitani siamo di
TIPOLOGIA umana totalmente diversa da quelle Veneziana e Genovese, e
portare queste sul palcoscenico significa violentare la nostra Cultura
Popolare.
Il sig. Piantadosi
giustifica invece il suo scorretto modo di fare Teatro Vernacolo,
assumendo che, per farlo, ha importanza "L'IMPIANTO SCENICO"!!! (ma
non giustifica affatto le sue orribili traduzioni in Vernacolo
Anconitano dal Genovese e dal Veneziano e lo snaturamento dei testi,
che lui chiama disinvoltamente "adattamento"...) ed assumendo che il
pubblico anconitano (con la I non con la E) "... continua a seguirci
con attenzione e con affetto...", come se ciò si verifichi per la sua
capacità e bravura, e non per gli eccellenti testi e macchiette
genovesi e veneziane, perché il pubblico vuole divertirsi e non si
interessa più di tanto alla sua radice etnica.
Conclusione: il sig.
Piantadosi non ha capito niente di Teatro Dialettale e l'amico Piero è
andato fuori tema.
Cordiali saluti, Mario
Panzini.
Piero Romagnoli - 26/11/2007
Io penzo che ciàne ragiò
tuti dò, sia l'Aucato Panzì che Piantadosi. Dice, e cus'è? è arturnata
la Demucrazia Crestiana che dava 'n colpo de qua e uno de là per fà stà
boni a tuti? Nooo, la Diccì nun c'entra gnente....è che davero ciàne
ragiò tuti dò....e nun zzolo: ancora si ciàne ragiò nun se meteràne mai
d'acordo!
Adè ve spiego perché digo cuscì. L'Aucato Panzì e Piantadosi partene da
dò idee del vernaculo che è una el cuntrario de qul'altra. E quantu te
parti da dò cuncèti cuntrari, pòi fà tuti i ragiunamenti che te pare, ma
è sciguro che ariverai a na cunclusiò che è una el cuntrario de
qul'altra.
L'Aucato Panzì parte dal cuncèto antigo del dialèto. Lù è 'n
prufessiunista del vernaculo, e penzza che 'l Vernaculo ancunetà è na
roba solo dej Ancunetani. E alora, el teatro vernaculare o el scrive
qualcunu d'Ancona o tanto vale a nun fà gnente. Piantadosi invece parte
dal'idea che a sto mondo tuti penzza: j Ancunetani cume i Genuvesi cume
queli de Venezia (i Milanesi me pare che penzza npo' d meno....ma questo
è n'antro discorzzo....). La diferenza la fa solo la parola e 'l modo da
méte in fila i penzieri, ma el penziero è na roba univerzale. E alora se
pòle benissimo pijà in prèsto na cumedia scrìta da 'n genuvese, perchè
qule robe le avria pudute penzzà ancora n'ancunetà....solo che le ha
penzzate ma nun l'ha scrìte....ma prò le stesse robe se pòle penissimo
dì ntél vernaculo nostro e magari ce scapa fòri ancora na roba
divertente.
Io perzunalmente digo che 'l ragiunamento che fa l'Aucato Panzì nun fa
na piega. Lù dice: ogni cità cià el modo de discòre suu e ancora el modo
de penzzà suu, e alora nun è pussibile che unu d'Ancona penzza uguale a
unu de Genuva. E ogni roba che se fa per mischià, viè fori na purcheria.
C'è dò robe da dì, ma prò: inanzituto che infrà tuta la gente d'Itaglia,
queli de Genuva me pare queli che ragiona più al'ancunetana de tuti...e
segondo, che forzze cent'ani fa pudeva esse propio cume dice Panzì: che
la gente stava sempre int'un posto e nun se mischiava mai, e nun c'era
la televisiò.
Adè è diverzzo: la gente va in giro, sta fòri j ani (tipo me...) e po'
quantu cià i capéli bianchi artorna ndò è nata, tuti i giorni varda la
televisiò che jé fà scuprì mondi diverzzi e jé spiega che 'l mondo nun è
la cità tua e basta.
Vardé npo' al caso mio: io scrivo in vernaculo le recenziò d'i filme,
che è na roba che in genere se lège in itaglià....j articuli de palò, e
ancora queli ai tempi de Duiglio Scandali miga c'erene...la storia
d'Ancona, che la storia, per carità de Dio, duveva sempre da esse in
itaglià da prufessori....
Inzzoma, ancora io, ala fine fago cume Piantadosi, ciuè meto in
vernaculo robe che miga è nate in vernaculo. E io oltretuto nun campo
più in Ancona da 25 ani! Segondo me, el vernaculo nun è 'n modo de
penzzà, ma solo 'n modo de tirà fòri i penzieri. El penziero è
univerzale, la parola è regiunale.
Sèmo andati sul dificile, eh? L'Aucato Panzzì e Piantadosi cumunque nun
se meteràne d'acordo mai, questo è sciguro. A tuti e dò jé posso dà 'n
cunzijo?
E pijé sta cagnara npo' meno sul zzerio, o ciamboti! Cun dò risate nun
se pudria risolve tuto?!?
Roberto M. - 04/10/2007
Sono un giovane anconetano con alcuni
trascorsi di attore di commedie in vernacolo. Mi trovo in pieno accordo
con quanto sostiene Panzini, la cui autorevolezza in materia di
vernacolo anconetano non può certo essere messa in discussione.
Il rispetto della tradizione del vernacolo e della città, la
conservazione e la trasmissione delle sue tradizioni ed il lavoro di
ricerca che ne consegue sono gli elementi fondamentali da cui nessun
teatrante locale dovrebbe prescindere, neanche il più umile. Si tratta
tuttavia di un lavoro che richiede impegno e fatica, dunque si fa sempre
più diffusa l'abitudine di chi, come gli organizzatori dello stesso
festival di Varano o come il nostro sig. Piantadosi, tende a percorrere
strade molto più corte e comode (ma anche molto più scadenti sul piano
dei risultati) facendo un'operazione di copia - incolla e poi traducendo
alla meglio in anconetano, e con l'unico intento di riempire di persone
le manifestazioni senza assolvere minimamente a quel ruolo di educazione
e di crescita culturale dei cittadini che il teatro ha sempre avuto in
sè storicamente.
Andrea Panzini Emersberger
- 17/09/2007
Condivido e sottoscrivo quanto ha scritto
mio padre.
E' una vergogna accettare lo scempio che
fanno del nostro Vernacolo, delle nostre radici.
Il Messaggero - 31/08/2007
LA POLEMICA - "Non bastano quattro battute
per fare teatro"
"In teatro servono ritmo, azione, colpi di
scena, trame avvincenti. Se tutto l'ha ideato un genovese e non un
anconetano, cosa cambia?". Giampiero Piantadosi, "regista del teatro
del sorriso", replica così alle accuse sulla programmazione del Festival
di Varano.
"Ci risiamo - esordisce Piantadosi - Ogni
tanto qualcuno rispolvera la vecchia, sterile polemica sul vernacolo
oltraggiato. Questa volta l'ultimo templare dell'ortodossia è Mario
Panzini che trova il tempo di dirsi inorridito per le due commedie messe
in scena a Varano dal sottoscritto ("Pignasecca, Pignaverde" e "Le gabole
de la sora Dalgisa") in quanto la trama è stata tratta da due commedie del
repertorio genovese di Gilberto Govi.
A me sembra che in questa discussione ancora
una volta il grande assente sia il teatro, che può prendere in prestito,
se occorre, il linguaggio del vernacolo, ma che necessita di testi pensati
e concepiti appositamente per la messa in scena.
Non basta scrivere le solite scontate
quattro battutacce in vernacolo per credersi autori di teatro. Servono
ritmo, azione, colpi di scena, trame avvincenti. Insomma, delle macchine
teatrali che funzionino e che facciano da robusta impalcatura per
costruire uno spettacolo di successo.
"Che questo impianto scenico sia stato
ideato da un genovese piuttosto che da un anconetano cosa cambia? Mica
sono state rappresentate danze mahori o riti wodoo", aggiunge Piantadosi.
"Il teatro anconetano - conclude - non può e non deve languire solo perché
nessuno degli pseudo autori in circolazione è in grado di scrivere
qualcosa di valido per la scena. Ma questo il pubblico anconetano, che
continua a seguirci con attenzione ed affetto, lo sa benissimo".